Negl’ultimi anni alcune dinamiche lavorative in Italia sono cambiate.

A pesare, in tale ottica, è stato soprattutto il lavoro a tempo parziale (part-time). In pratica, più persone lavorano, ma si lavora meno.
Oggi in Italia quasi 1/5 degli occupati sono a orario ridotto. Il nostro Paese si colloca poco sotto la media europea, ma distante dai livelli dell’Olanda (quasi il 50% ), della Svizzera (38%) o di Austria e Germania (27%).
Negli ultimi 10 anni gli impieghi a tempo parziale sono aumentati di oltre un milione di unità.
Il tempo parziale, negli ultimi anni, è rimasto sostanzialmente stabile in settori come l’industria o l’edilizia, mentre è salito vertiginosamente nel campo del turismo e in particolare nell’attività alberghiera e di ristorazione, passando dal 27% al 35%. E’ cresciuto anche nel settore della sanità, del giornalismo e della comunicazione.

C’è poi da dire che i datori di lavoro sono più propensi, rispetto al passato, a stipulare accordi sul part-time.
In molti casi, tuttavia, in Italia il part-time rappresenta una sorta di ripiego rispetto alla difficoltà di trovare un lavoro a tempo pieno. Bisognerebbe quindi capire in quanti casi il lavoro a tempo parziale sia una scelta e in quanti una condizione imposta dal mercato del lavoro o un’opzione preferita dai datori di lavoro.
Stando a recenti approfondimenti, nel nostro Paese generalmente si accetta un lavoro ad orario ridotto perché non se ne trova uno a tempo pieno.
Un altro aspetto significativo è quello legato al dato secondo cui il part-time è un fenomeno principalmente legato alle donne.
In Italia su 4 milioni e mezzo di part-timers, le donne sono 3 milioni e 300mila circa, quasi 3/4 del totale.