L’Italia è il penultimo stato in Europa per quota di laureati.

A dirlo è l’ultima rilevazione effettuata dall’Eurostat, ufficio di rilevazione statistica dell’Unione europea. Solo il 29% dei cittadini italiani nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, infatti, è in possesso di un diploma di laurea. Peggio di noi solo la Romania  (25%). L’Italia è, quindi, ancora distante dall’obiettivo di Bruxelles ovvero di portare al 45% la percentuale dei giovani che ha completato l’istruzione universitaria.

In testa alla classifica c’è il Lussemburgo, con il 61% e subito dopo Irlanda e Cipro (58%) che, unitamente a Belgio, Danimarca, Spagna, Francia, Slovenia e Svezia hanno raggiunto l’obiettivo definito dall’Ue.

Per diminuire questo gap si intende procedere con 2 strategie differenziate:

1) ampliare il numero di studenti e l’offerta formativa degli atenei, aiutando le famiglie che non hanno i mezzi sufficienti per far studiare i propri figli”;
2) rafforzare il legame tra la “formazione universitaria e il mondo del lavoro”, favorendo lo sviluppo delle competenze tecniche degli studenti.

Breve riflessione al termine di questo approfondimento: sarebbe interessante capire, in proporzione, quanto ogni Paese d’Europa riesca ad offrire reali e interessanti opportunità di lavoro ai propri laureati.

Perché se è vero che l’Italia ha quasi il più basso numero di laureati, alcuni si chiedono fra sé e sé: se ce ne fossero di più, aumenterebbe il numero di disoccupati? O se magari si propendesse per titoli di studio maggiormente “tecnici”, ci sarebbe più lavoro per chi termina gli studi?