La lavandaia era colei che lavava la biancheria degli altri.

Quando non esisteva la lavatrice, infatti, questa figura era preziosissima per le famiglie in cui la donna era ammalata e non poteva lavare i panni.
Di questo servizio usufruivano anche le famiglie benestanti che potevano permettersi di pagare. Mestiere duro e faticoso. A tante donne, specialmente vedove, ha permesso di sbarcare il lunario.

La settimana di lavoro  della lavandaia si articolava, più o meno, così:

- Lunedì: a mani vuote o con la sporta al braccio o l’asino scarico la lavandaia va a ritirare i panni sporchi presso i suoi avventori. Questi vengono conteggiati su libretti o tabelle di cartone affinché nulla vada smarrito.

- Martedì: la lavandaia maestra divide i panni portatele dalle subalterne e li segna con un marchio tutto suo.
Alla sera i panni sono insaponati e messi in grandi vasi di terracotta o in un capace lavatoio, entrambi bucati sotto, da cui il termine bucato con cui si indica questo genere di lavaggio. Sui panni si butta quindi dell’acqua bollente che filtra attraverso i panni e sfoga dal foro sottostante generando una colata.

- Mercoledì: i panni sono rinsaponati, lavati sfregandoli fin quasi alla macerazione su pietre di lastrico, quindi sciacquati con acqua pura per far perdere loro il puzzo di sapone. Quindi vengono stesi ad asciugare sperando nel sole, o cantando per invogliarne i raggi a cadere.

- Giovedì: i panni finiscono di asciugare.

- Venerdì: i panni sono piegati da stiratrici o soppressiere raggruppati insieme per essere riconsegnati e quindi riportati alle rispettive case, dove cameriere o padrone sovraintendono il riscontro tra quanto è uscito sporco e quanto tornato pulito e provvedono a pagare la lavandaia.

- Sabato: si fanno i conti degli introiti e vengono pagate le lavoratrici a giornata, dette giornaliste.

- Domenica: è un giorno di festa che corona la settimana di lavoro della lavandaia