Quando ancora l’acqua non arrivava in tutte le case e nell’unica fonte del paese si formavano le file, in attesa del turno di prelievo, molti dei contenitori utilizzati erano rabberciati con filo di spranga e pezze metalliche chiodate.


In casa tutti avevano qualche stoviglia sprangata ed i fili arrugginiti facevano bella mostra sul reale di maiolica o sul piatto di tutti i giorni. Di solito lo sprangaio arrivava ogni tanto in paese e si appostava in un angolo di una via, in attesa che le massaie gli portassero il lavoro. Arrivavano le donne, con le stoviglie sbeccate o rotte in due se non in tre parti e con i caldai da rabberciare. Egli soppesava il lavoro e gli diceva di passare prima della sera. Tirava giù dal carro gli attrezzi e fissando l’incudine sul selciato, iniziava il lavoro.
Pazientemente ricomponeva la stoviglia, poi iniziava a bucarla con un trapano a filo. Una volta bucata, passava la spranghetta tirandola con le pinze nella parte esterna, poi, delicatamente, la girava su se stessa, facendo attenzione che la trazione non fosse troppo forte, per evitare la rottura del coccio. Così, punto dopo punto, fino a ricomporre il manufatto.
Lo sprangaio riparava i caldai con delle pezze di rame, che sovrapponeva alla fenditura, poi con il trapano a menarola bucava la pezza e il caldaio, ponendovi una brocca che riabbatteva tra incudine e martello. Così via, brocca su brocca, fino a stagnare perfettamente il recipiente.