Tra i mestieri a rischio estinzione o, per alcuni versi, scomparsi c’è il calzolaio.

Fino agli anni ‘70 il ciabattino riparava le scarpe in cuoio, rifacendo, tra le altre cose, i tacchi che si consumavano. La parte più consistente del lavoro era legata alle riparazioni. Farsi confezionare un paio di scarpe nuove, infatti, costava molto di più che ripararle. Si possedeva un solo paio di scarpe rinforzate nella suola e nei tacchi con i chiodini. Quando i campagnoli dovevano recarsi in paese, facevano buona parte del tragitto scalzi, con le scarpe a penzoloni sulle spalle legate per i lacci, indossandole solo in prossimità del centro abitato. Ciò per limitarne l’usura. All’epoca la bottega del calzolaio era ricca di attrezzi ed odori: colla, pece, grasso cromatina. E rappresentava un punto d’incontro, nel quale sostare brevemente e fare 4 chiacchiere.
Con l’invenzione delle scarpe in gomma, poi, è cambiata la tipologia delle scarpe. Oggi il mestiere del ciabattino è pressochè scomparsa e si sviluppa con apposite macchine. Dopo un apposito corso di formazione, il calzolaio può lavorare nelle relative aziende o mettersi in proprio e sviluppare il lato artigianale.
Come ha fatto, qualche anno fa, una coppia di Milano. Lui 56 anni, lei 43, rimasti senza lavoro e costretti a reinventarsi. Hanno aperto una bottega in cui riparare scarpe, forgiarle e confezionare anche abiti su misura. E’ nata, così, l’Officina del Calzolaio, nei locali di una storica ex salumeria in centro a Milano